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Il rischio chimico nella metalmeccanica

Storia di polveri, oli e fumi.

Oggi vi racconto una storia, con personaggi mutevoli, mutanti, a volte persino mutageni, tipi solitari o ai quali piace vivere in società persino miscelando le proprie identità fino a diventare “entità” diverse, sì, una storia grande e fatta di tanti particolari, una storia a volte nascosta o poco conosciuta, ma che si svolge in un mondo a tutti noi noto.

Nel mondo del lavoro l’uso di agenti chimici – intesi come sostanze o miscele, naturali o di sintesi, in forma solida, liquida o gassosa – espone i vari lavoratori a rischi sia di infortuni che di malattie professionali.

Questi rischi cono presenti anche in comparti, come quello metalmeccanico, dove generalmente i cicli produttivi sono semplici e si parte spesso da materie prime che possono essere metalli in vari formati, con lavorazioni che comportano, ad esempio, taglio, piegatura, foratura, pressatura, levigatura, operazioni di torneria.

Questo è un breve quadro riassuntivo dei rischi:

– polveri generiche da molatura e/o levigatura, pulitura, satinatura;

– polveri irritanti nel caso di verniciature epossidiche (a polveri);

– polveri respirabili, silice libera cristallina;

– nebbie di oli minerali (emulsionati e non);

– fumi di saldatura (vari componenti);

– vapori di solventi (da verniciatura, lavaggi al solvente, incollaggi);

– isocianati (ad es. MDI) in operazioni di schiumatura, o verniciatura o incollaggio con prodotti a due componenti.

Mi soffermo in particolare sulle polveri, ad esempio polveri (generiche) inalabili provenienti da operazioni di, movimentazione materiali polverosi, levigatura, pulitura, satinatura, distaffaggio, taglio, pesata di prodotto sfuso, ecc. effettuate sia con macchine fisse che con attrezzi manuali.

Infatti le operazioni di pulitura dei manufatti metallici possono comportare vari passaggi: ad es. smerigliatura a grana grossa e fine, spuntigliatura, lucidatura, ecc. con l’uso di diversi attrezzi manuali o di macchine, con vari nastri abrasivi di diversa granulometria.

E se in genere le polveri sono formate da costituenti privi di particolari effetti tossicologici, vi possono essere anche costituenti metallici.

Ad esempio nel caso della pulitura di semilavorati in ottone provenienti dalla fonderia è necessario analizzare la polvere inalabile campionata per la determinazione di vari metalli: rame e zinco (in primis) e nichel, piombo e manganese (come costituenti presenti in tracce).

Nelle polveri inalabili può essere presente anche il nichel: una esposizione di questo tipo si può avere nelle lavorazioni per la sinterizzazione di ingranaggi metallici a base di nichel (per l’industria automobilistica). Anche in questo caso è necessaria la speciazione delle polveri per la ricerca del metallo, ma non solo. Sono possibili vari tipi di indagini: valutazione dell’inquinamento delle superfici (wipe test); valutazione del metallo direttamente sulla pelle degli addetti (pads); inquinamento ambientale (nichel in aria); monitoraggio biologico (nichel urinario).

Una nota: attenzione al nesso di causa tra patologie cutanee/respiratorie e il nichel sul luogo di lavoro; ricordo che trattasi di una sostanza ubiquitaria e, salvo casi particolari, in cui è dimostrato il suo uso preponderante (vd. DVR Rischio Chimico, vd. Protocollo Sanitario), come rischio generico è trattato, non come rischio generico aggravato e tantomeno come rischio specifico, e quindi la correlazione tra patologia ed esposizione a rischio professionale non è in genere riconosciuta quale Malattia Professionale.

Il rischio maggiore è l’assunzione di nichel per contatto, attraverso la pelle.

Questo rischio viene evidenziato da grosse discrepanze fra dato ambientale – bassa concentrazione – di nichel aerodisperso e dato biologico (nichel urinario) – presente in elevata concentrazione.

Sempre in relazione alle poveri in molti casi può essere necessario un campionamento della frazione respirabile: ad esempio, per certe operazioni di sabbiatura e per la pulitura e finitura di manufatti grezzi provenienti dalla fonderia. È possibile un inquinamento dovuto a sabbia con un notevole contenuto in silice libera cristallina.

E anche nei casi di manufatti provenienti dalla fonderia (ghisa, alluminio) le operazioni di distaffatura e pulitura possono essere molto polverose, con concreto rischio di superamento dei valori limite per la silice libera cristallina.

Ed ecco a voi gli oli minerali.

Si distinguono in interi ed emulsionabili ed hanno una composizione estremamente varia. Infatti oltre all’olio base, di derivazione sintetica o minerale, sono aggiunti vari additivi con funzione antiusura, antiossidante, antiruggine, antibatterica, fungicida, antischiuma, antinebbia, ecc.

Gli oli minerali sono lubrificanti altamente raffinati, sottoposti ad una estrazione con solvente e/o ad un trattamento spinto con idrogeno o con acido solforico fumante; sono considerati invece poco raffinati oli che subiscono trattamenti più blandi.

Gli Idrocarburi Policiclici Aromatici, che costituiscono il principale fattore di rischio legato all’uso degli oli, sono presenti in elevata concentrazione nei prodotti non raffinati, mentre si rilevano in tracce nei prodotti severamente raffinati.

Particolare attenzione va alle nebbie di oli minerali, un rischio tipico dell’industria metalmeccanica, in quanto gli oli sono utilizzati ampiamente in funzione lubrificante e refrigerante (attrito e sviluppo di calore) su tutte le macchine operatrici ed i centri di lavoro.

E poi ci sono loro, i cancerogeni potenzialmente presenti nelle nebbie.

Gli IPA e la Nitroso-dietanolammina.

La presenza di IPA e di dietanolammina si dovrebbe ricavare da quanto dichiarato nelle schede di sicurezza.

Una volta accertata la presenza di queste sostanze, i rischi potenziali maggiori sono relativi all’uso di oli puri (taglio e/o tempera) ed alle effettive condizioni lavorative.

Attenzione: la percentuale di IPA può aumentare con l’uso.

Cala il sipario su questa breve disamina intorno ai rischi chimici con l’entrata in scena dei protagonisti più esigenti.

Eccoli qui, i principi della storia, loro sono i fumi di saldatura.

Certo, reclamano il protagonismo con ragione. Loro costituiscono un rischio di tipo complesso.

Infatti in questi fumi possono essere presenti vari componenti sia allo stato gassoso, sia allo stato solido (particolato di varie dimensioni, particelle ultrafini – nanoparticelle, polveri inalabili, polveri respirabili).

In particolare le sostanze presenti nei fumi possono essere:

– gas prodotti dalla combustione dell’aria e/o di eventuali impurezze di tipo organico, come ad esempio tracce di oli minerali: ossidi di azoto, monossido e di ossido di carbonio, ozono, fluoro gas, acido fluoridrico, aldeidi a basso PM, altro;

– metalli ed ossidi presenti nei manufatti da saldare, nei costituenti degli elettrodi, nei metalli d’apporto (barrette, filo, ecc.). Quali ad esempio: ferro, manganese, rame, zinco, nichel, cromo, cadmio, argento.

È inoltre noto che nell’ambito della saldatura si generano particelle ultrafini (prevalenti in termini di numero le particelle con diametri medi nel range 36 – 64 nm; mentre in termini di peso sono prevalenti le particelle con diametri compresi fra 100 – 200 nm): queste particelle si generano anche in fasi di taglio al plasma o con il raggio laser; le particelle ultrafini contenenti ad esempio zinco, cadmio e rame, sembrano essere responsabili delle febbri da fumi.

Attenzione, infine, alla nostra protagonista assoluta.

Vi presento la saldatura inox, proprio lei, la saldatura di acciai inossidabili, che comprende diverse attività lavorative nelle quali si utilizzano leghe contenenti nichel e cromo e quindi:

– saldatura dei vari tipi di acciaio ‘legato’;

– saldatura diretta di acciaio inox;

– impiego di leghe contenenti Nichel e Cromo, anche come materiale d’apporto;

– taglio con cannello ossiacetilenico;

– taglio laser e taglio al plasma di acciai inox.

In un indagine di comparto effettuata in Emilia Romagna (cfr. “Il rischio chimico nell’industria metalmeccanica”, a cura del Dott. Giampaolo Gori del Dipartimento di Medicina Ambientale e Sanità Pubblica dell’Università di Padova), sono stati considerati saldatori coloro che operavano per almeno due ore al giorno e gli acciai più utilizzati contenevano, oltre a significative percentuali di nichel (8-14%) e di cromo (16-20%), anche minori percentuali di manganese (2%) e molibdeno (2-3%). I metalli di cui sopra, nell’ambiente ad alta temperatura della saldatura, possono essere presenti sia come metalli, sia come ossidi e comunque in stati di ossidazione nei quali sono classificati come cancerogeni (Nichel II; Cromo VI) pertanto, nelle eventuali misure ambientali dovrebbe essere stimato sia il cromo totale che il cromo esavalente oltre al nichel ed agli altri metalli presenti. Per alcuni composti del cromo è stato evidenziato anche il rischio genotossico.

In linea generale i rischi connessi con le attività dell’industria metalmeccanica sono noti.

Tuttavia è importante:

– una corretta informazione a priori sulle materie prime in uso tramite una attenta lettura delle schede di sicurezza;

– in secondo luogo è fondamentale avere le idee chiare sulle reali mansioni degli operatori (tempi di esposizione effettivi);

– ciò si potrà ottenere, dopo il sopralluogo, con una intervista mirata al datore di lavoro e/o ai responsabili di produzione:

Inoltre è necessaria:

– una particolare attenzione per i rischi cancerogeni connessi con l’uso degli oli minerali;

– così come per le saldature su acciaio inox (verificare le reali condizioni operative) un attento monitoraggio biologico;

– in particolare a volte si deve valutare la possibile presenza di metalli (pesanti) nelle polveri prodotte;

– importante anche la determinazione di polveri respirabili e della silice cristallina in alcuni manufatti grezzi provenienti dalla fonderia.

In ogni caso se le reali mansioni degli addetti presuppongono esposizioni a fattori di rischio chimico:

– sarà necessaria una accurata indagine ambientale;

– tale indagine servirà in ogni caso a verificare se i sistemi di prevenzione primaria sono efficienti;

– infine un adeguato monitoraggio biologico fornirà dei dati complementari all’indagine ambientale al fine di dare un quadro esauriente della situazione.

Nell’ambito della Medicina Occupazionale, nella valutazione “ex post”, il Medico Legale potrà verificare l’eventuale correlazione tra agenti chimici e patologie avendo ben presente come usare il Sistema delle Liste ex D.M. 10.06.2014 (in attesa del prossimo aggiornamento) con opportuna graduazione del nesso di causa, sia per le varie Liste, sia nell’ambito in cui si sta agendo (Previdenziale-INAIL, Responsabilità Civile o Penale), sia ricorrendo ovviamente a tutti i congrui criteri del nesso di causalità materiale.

Nella materia specifica dovrà ovviamente essere in grado di interpretare documenti quali D.V.R., D.U.V.R.I., schede di sicurezza (con interpretazione cronologica dell’applicazione dei regolamenti europei, ad esempio REACH – 2006 – e CLP – 2008), certificati di idoneità e Cartelle Sanitarie di Rischio e tutte le attività correlate alla valutazione dei rischi, evento dinamico e continuo, come ad esempio Verbali di Sopralluogo, se presenti, Verbali di Riunione Periodica, quando d’obbligo o quando sono stati richiesti.

Opportuna anche la capacità di un buon sopralluogo ambientale, “de visu” e/o documentale, nell’ottica della valutazione “ora per allora” – all’epoca dell’accadimento dell’evento lesivo, per quanto concerne l’infortunio, all’epoca degli anni in cui il contatto con la sostanza o la miscela chimica era presente in caso di Malattia lavoro correlata (INAIL – Responsabilità avanzate nei vari ambiti)

Nel percorso accompagnato dalle figure professionali della Prevenzione, giungerà infine a comprende se il nesso di causa, nella graduazione dei vari ambiti, è a sua volta “fumo” o “materia” e, in quest’ultimo caso, valuterà il Danno Biologico – in tutte le forme afferenti e di competenza – o se la richiesta di parte è congrua o meno.

Fine (per adesso) della storia.

 Dott. Giovanni Sicuranza

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